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Cos’è DevOps? Significato a diversi livelli.

Cos’è DevOps? Significato a diversi livelli.

Cos’è DevOps. Il DevOps. I DevOps? Il significato dipende ma la risposta è vicina.

Puoi usare Google (prego per il link) ma anche continuare a leggere, perchè ti porto all’entrata del mondo DevOps, potrai darci un’occhiata da lontano, ma sappi che è vasto e complesso e questo non è certo un articolo titolato “Tutto su DevOps”.

La parola è sempre quella ed è una ma il significato che gli attribuiamo cambia a seconda di a chi chiedi.
E di chi sei.

Cos’è DevOps quindi? Come spiegare che cosa significa?
Per te cosa significa?

Risposta minima per i novizi

Per alcuni, probabilmente la maggioranza, la parola devops non ha proprio senso.
Partiamo da loro quindi, livello Noob, chi non ha o voglia avere idea di cosa sia. Per loro basta:

Una parola che usano gli informatici.

Noob

Cos'è la DevOps?

Significato per principianti

Puoi anche finirla qui e cambiare pagina, arriverderci e grazie per il tutto il pesce.
E puoi elevarti a livello Beginner, dove possiamo capire che DevOps significa:

Un insieme di pratiche produttive, proprie di chi lavora nell’Informatica, volte ad ottimizzare e automatizzare la gestione dell’infrastruttura informatica  (server, reti, servizi, applicazioni…) in modo da permettere al business di implementare più rapidamente ed efficacemente le proprie attività.

Beginner

Significato parola DevOps

Definizione e principi DevOps per professionisti IT Junior

Questo potrebbe anche bastarti, se non lavori nell’informatica, altrimenti un minimo sindacale di conoscenze sui termini e le tecnologie che seguono è imprescindibile per un professionista IT di livello Junior.

La parola deriva da Dev(elopment) e Op(erations)s e riguarda metodologie, strumenti, competenze e cultura applicabili alla gestione delle infrastrutture IT.

Le metodologie e la cultura DevOps, di estrazione Agile e Lean, si applicano a tutto il ciclo di sviluppo e rilascio del codice applicativo o infrastrutturale e sono orientate a maggiore collaborazione fra team, condivisione delle responsabilità, visibilità sui processi, automazione e velocità di implementazione delle richieste di business.

Gli strumenti sono software, spesso Open Source, e servizi online di diverse tipologie, per diverse funzioni, tra cui:
– Provisioning e Deployment (Terraform, Cloud formation, Vagrant…)
– Configuration Management (Puppet, Ansible, Chef, Salt…)
– Monitoring (Nagios, Icinga, Zabbix, Zenoss, Prometheus…)
– Logging (Elasticsearch, Splunk, Datadog…)
– Continuous Integration (Jenkins, Bamboo, Travis…)
– Application Performance Management (New Relic, AppDynamics, Dynatrace…)
– Software repository (Artifactory, Nexus, Pulp…)
– Source Control Management (Git, GitHub, GitLab, Bitbucket…).

Non c’è consenso sulla stessa possibilità di definizione di un DevOps engineer: per alcuni DevOps non è un titolo lavorativo.

In ogni caso un professionista IT, anche principiante, in ambienti dove si usa la parola DevOps e non solo, dovrebbe avere conoscenze di base sui sistemi operativi Linux, Mac e Windows, prerequisito a competenze sugli strumenti sopra citati o quantomeno sulle loro logiche e funzionalità.

Plus imprescindibile di questi tempi, è conoscere i principi di base sulle soluzioni Cloud di diversi provider (AWS, Google Cloud, Azure…) e tecnologie legate ai container (Docker, Kubernetes, OpenShift…).

Per chi è orientato più alla parte sviluppo che operations, oltre a una qualche familiarità con i suddetti argomenti serve avere conoscenze di base sulle logiche della programmazione e dei linguaggi usati.

Junior

Principi e strumenti DevOps

Non è sempre così?
La conoscenza di un dato termine o disciplina ha molteplici livelli di approfondimento e la vastità e la complessità degli argomenti cambiano a secondo del livello a cui si vuole accedere.

Nel mondo IT potremmo aggiungere altri livelli di conoscenza, come Intermediate, Advanced e Senior, e in quelli addentrarci nello sconfinato mare di tematiche e strumenti legati al mondo DevOps.

Ma, suvvia, non crederai che basti un post su una locomotiva a vapore per esaurire significato, argomenti, sfumature semantiche e interpretazioni di una parola.
Ma almeno finiamo in bellezza con l’etimologia.

DevOps.

Parola coniata con un guizzo di brillante sintesi fra Development e Operations dal buon Patrick Debois, emerge al pubblico IT nel 2009 in occasione della prima edizione della conferenza DevOps Days, a Ghent, in Belgio.
Rimpiango ancora non esserci andato, considerato che ci ho pure pensato.

Ad maiora, torneremo su questi temi.

I miei fallimenti in miglioramento personale

I miei fallimenti in miglioramento personale

Miglioramento personale eh? Prendiamola larga.
Non penso di essere l’unico a porsi continuamente le consuete domande esistenziali fondamentali su chi siamo, cos’è tutta sta roba che ci sta intorno, e da dove viene tutto quanto.

La prima questione su chi siamo è la base per cosa facciamo durante la nostra vita, e su questa intendo divagare nelle prossime righe.

Parto da me stesso, l’unico di cui abbia testimonianza diretta, poi, ovvio, ognuno ha il suo percorso.

Adolescente poco ribelle

Sono adolescente, anche se non me ne rendo conto, corpo e mente stanno esplodendo (si fa per dire) e questo ha effetti rapidi sul mio modo di vedere le cose.

Sto superando l’immaginario fastastico del bambino, capendo che non tutto quello che mi viene detto è vero o da prendere alla lettera. Ad esempio, con una certa delusione, scopro che Topolinia NON esiste davvero, come una pubblicità su Topolino (che evidentemente ha lasciato un segno) mi diceva.

Capisco il mondo che mi sta intorno, o così credo, e mi rendo conto che le regole imposte possono essere messe in discussione, anche se poi non mi pare di avere un’indole particolarmente ribelle (ma questo andrebbe chiesto ai miei genitori).

Mi faccio le prime domande su chi sono, cos’è l’universo, com’è possibile che tutto questo esista.

Al termine o al concetto di miglioramento personale non ci penso nemmeno, ma di fatto lo faccio ogni volta che imparo una cosa nuova o faccio una nuova esperienza.

Cappello e chiusa

Ecco, questo può essere il cappello e la chiusa di tutto il post:
Il miglioramente personale, qualunque cosa significhi, avviene continuamente ogni secondo della nostra vita. Ogni cosa che facciamo o impariamo fanno parte del processo che definisce chi siamo e come pensiamo.

Che poi questo sia sempre un miglioramento è da vedere, anche perchè ci sarebbe da intendersi su quali elementi si parametra (soldi? consapevolezza? felicità? successo?).

Qui, adesso, bene o male parliamo di miglioramento di noi stessi, come menti, corpi e persone, tralasciando aspetti più terreni.

Il teatro è miglioramento personale

Su questa linea, più tardi, negli anni universitari, ritrovatomi single e in cerca di socialità (si, è un eufemismo) inizio a fare corsi e seminari di teatro.

Non possiamo liquidare in poche righe la magia del teatro, per chi assiste, e soprattutto per chi lo pratica.

Per gli attori non significa solo il calarsi nel proprio personaggio, ma tutto quello che viene prima: gli esercizi fisici e respiratori, la consapevolezza e gestione della voce, quel legame unico e profondo che si sente fra compagni di teatro, anche in pochi giorni di seminario, così concentrati di esperienze, esercitazioni, scambi di parole ed energie sulla linea del copione o della storia che si vuole rappresentare.

Ecco anche questo per me è miglioramento personale.

Il teatro e tutto quello che gli sta dietro, ripropone e amalgama, in un contesto divertente e socialmente vivace, metodi e pratiche che sono alla base di tanti approcci al miglioramento di se stessi: respirazione, meditazione, consapevolezza del proprio corpo, tecniche di rilassamento.

In modalità amatoriale, fra match di improvvisazione teatrale, seminari e corsi, le mie attività teatrali si  protraggono per anni.
L’ultima volta è nel 2009, e ne ho pure testimonianze video.
Mi sono calato nella parte del videomaker, la videocamera è di fatto un oggetto di scena, usata sia nelle prove che negli spettacoli dal vivo e  i video creati sono parte stessa del personaggio.

Forse YouTube è un altra occasione persa della mia vita, ma questa è un’altra storia.

Oltre al teatro, quelli post universitari sono anni in cui attraverso una, diciamo, fase mistica. Pratico Yoga, faccio seminari di Reiki, sempre in ondivago equilibrio fra una mentalità scientifico e razionale e il desiderio di esplorare la mia spiritualità.

A volte in ufficio, nel provider appena nato, mi sdraio sul pavimento a respirare ad occhi chiusi. Ogni tanto mi pare di anticipare la percezione del trillo del telefono.
Ricordo un commento di Marco B. in quei tempi: “oggi hai un aura verde”. Lo dice per fare impressione, e in effetti, se lo ricordo ancora, ci riesce, e forse ha anche ragione.

Pur restando interessato a qualsiasi esplorazione di se stessi, devo dire che nel tempo si è affievolito il mio trasporto mistico incanalato da pratiche che possiamo ricondurre al termine New Age.

Palestra e sport

L’essere umano maschio medio in Italia vive 79,4 anni.
Sono 2.503.958.400 secondi, e in ognuno di questi una meravigliosa combinazione di molecole organiche si addensano intorno ad un essere vivente, che respira, si muove ed agisce.

Questo organismo, questo corpo, evolve e si trasforma continuamente, a seconda di quello che mangiamo e facciamo.

Non ho mai avuto un fisico da atleta, altaleno periodi con maggiore attività fisica ad altri più rilassati, con la recente  raggiunta del mio punto punto più basso durante il secondo lockdown. A parte il calcetto, dove sono obiettivamente scarso, sono pochi gli sport che mi piace praticare, e corsa o palestra non sono sicuramente fra quelli.

Sono d’accordo con Giovenale, bontà sua, sul mens sana in corpore sano, ma non ho l’attitudine, la costanza e la determinazione di applicare sempre le buone intenzioni.

Direi pure che la mancanza di perseveranza siano uno dei miei peggiori difetti: ho un’indole di facili slanci e altrettanto facili disillusioni, che mina ogni mio progetto a lungo termine.

Breve riassunto delle tecniche di miglioramento personale

Fra i libri, gli articoli e i riassunti letti, fra qualche video di Montemagno e altri, la teoria delle tecniche, i metodi e gli approcci al miglioramento personale credo di averla ampiamente digerita.
Ma, come sempre, quello che fa la differenza è quello che si mette in atto.
La riassumo alla buona e alla rinfusa, giusto per dare un senso a questo post, senza dilungarmi in troppe spiegazioni, tanto bastano poche parole per capire il filone:
– Fai passi piccoli e possibili
– Adotta buone abitudini
Pensa positivo
Non giudicare
Vivi ogni tuo giorno come se fosse l’ultimo
Aiuta gli altri
Il meglio è nemico del bene
– Dormi bene
– Mangia bene
– Fai esercizio fisico
– Non fare lo stronzo

Al netto delle clamorose semplificazioni e approssimazioni, credo che il principale principio principe sia comunque uno, da sempre, ripetuto, coniugato, espresso in migliaia di diverse sfumature: vivere il presente, ogni secondo senza perdersi in memorie del passato o problemi del futuro.
Semplicemente, percepire, apprezzare e vivere con consapevolezza ogni secondo della propria esistenza, o quantomeno provare a farlo ogni volta che ci ricordiamo di farlo.
Insomma, Carpe Diem.
Tanto per ricordarci che le grandi verità della nostra vita sono state scoperte da un pezzo.

Il digiuno intermittente

E dopo questa rivelazione, lasciami finire questo post in bilico fra l’esperimento SEO, il titolo accatta click, l’introspezione e la voglia di far leggere qualcosa di interessante, con l’ultimo, in ordine temporale, tentativo di miglioramente personale (gli adepti lo chiamano stile di vita) che sto portando avanti.

Da una quarantina di giorni ininterrotti sto facendo digiuno intermittente: di base per 16 ore al giorno, a volte meno, spesso di più. Il mio “record” è di 27 ore senza mangiare, bevendo solo acqua o caffè e tè senza zucchero.
Curiosamente è una abitudine che sto mantenendo, almeno per ora, e sta avendo diversi effetti positivi:
– Il mio umore, piuttosto depresso negli scorsi mesi di confinamento domestico, è decisamente migliorato.
– Sto iniziando a perdere, gradualmente, peso: circa un chilo a settimana. Sono ancora ben lontano dai miei obiettivi ma vedo un trend.
– Mi è tornata la voglia di fare cose, questo sito ne è un esempio.
– Mi sono rimesso a fare palestra o comunque attività fisica.
Ti posso assicurare che non mangiare per diverse ore è più facile di quanto sembri: c’è in effetti un periodo critico, fra le 5 e le 7 ore dopo l’ultimo pasto, in cui la fame si fa sentire. Questo avviene in corrispondenza del calo della presenza nel sangue degli zuccheri provenienti dalla digestione, ma se si supera questa fase diventa tutto più semplice.
Dopo circa 10 ore dall’ultimo pasto, il corpo inizia a consumare attivamente le sue riserve di grasso, dopo 12 ore, il fegato inizia a produrre chetoni, come sottoprocesso del consumo di grassi, e questo ha un effetto straordinario anche sulle capacità cognitive: ci si sente più lucidi, efficaci e determinati. In questa fase la fame non si percepisce (fermo restando la disponibilità di riserve di lardo da consumare).
Dopo 14-18 ore dall’ultimo pasto, un altro curioso effetto si ha sull’organismo: l’autofagia. Il corpo accellera quello che comunque fa continuamente: distrugge e assimila cellule vecchia e ne crea di nuove. Insomma si da una rinfrescata.
Io solitamente salto la colazione, pranzo normalmente, e spesso salto la cena, che è la parte più difficile. Contrariamente a quanto possa sembrare e quanto raccomandato da molti, la mancata colazione (giusto una caffè senza zucchero e acqua) non mi pesa affatto e anzi rende le mie mattine molto più attive ed efficaci.
Altro effetto collaterale di questa pratica, è che, come naturale consequenza, ti rende più consapevole del cibo che mangi: quando hai i tuoi pasti li apprezzi molto di più, tendi a mangiare meglio e ti rendi conto di quante volte più o meno consciamente si mangiano cose quasi senza accorgersene.

Inutile dire che c’è un app anche per questo, io uso Fastic, ma ce ne sono altre.
Se decidi di provarla, fammelo sapere che diventiamo amici di digiuno (sai che allegria).

Lost & Found

Lost & Found

Maltratto tastiere di computer dagli anni ottanta del secolo scorso.

Vedo fin quasi dal principio come si diffonde ed evolve l’informatica nel quotidiano delle persone.
Inizialmente fra pochi appassionati, in forme che oggi appaiono decisamente primitive, e poi per tutti, in modo crescente e sempre più diffuso, profondo, invasivo, vitale.

Dal “i computer ci ruberanno il lavoro” all’averne almeno due o tre a testa e migliaia di altri, indispensabili per la nostra vita, senza nemmeno saperlo.

Anche io testimone di tempi straordinari, insieme ai miliardi di persone che hanno avuto la fortuna di vivere quell’unico e irripetibile momento della storia umana di passaggio fra l’analogico e il digitale.

Il mio Primo è un Commodore 64, condiviso con mio fratello e mio padre, che forse non si sarebbe mai immaginato quanto quell’oggetto avrebbe influenzato la mia vita.

Su questo, a parte digitare enormi listati da riviste del settore, passo il tempo aspettando i caricamenti da cassetta e giocando. Quasi indimenticabili le sfide a Manic Miner e Summer Olympics, formidabile strumento di distruzione di joystick, con gli amici e i compagni di classe Giulio, Carlo, Roberto e Paolo.

Poi l’Amiga, e quella incredibile epopea informatica che ha fatto di un computer un oggetto leggendario.

Con lei mi avvicino a quel mondo parallelo e magico che è la Scena Demo.

Qui conosco amici di una vita, come Maurizio, che ha praticamente fatto la grafica di ogni iniziativa o progetto che ho fatto fin da allora, questo incluso, o Federico, Fabio, Furio, Filippo, Daniele, Fabio, Renato, Ivan e tutte le persone e i personaggi italiani ed europei con cui scambio dischetti e lettere in centinaia di pacchetti postali.

Sulla scena, ho scritto recentemente un articolo su Digital Swat: (Proto) Storia della Scena demo Amiga.
Buttaci un occhio se vuoi entrare nella tana del bianconiglio.

Le mie impronte nell’oceano delle produzioni sceniche le lascio con una rivista digitale, distribuita su floppy disk da 1.44, chiamata Abnormalia, di cui sono stati fatti 5 numeri.

Viene distribuita via posta, e per chi può, tramite modem in quell’incredibile e pionieristico mondo delle  BBS, che frequento solo in parte.

Il primo numero lo rilasciamo al The Party, un demo party in Danimarca, a fine 1992.

Conosco Internet agli inizi degli anni novanta, uso la login del mio amico Giulio (lui fa informatica, io Scienze Naturali e non ho il privilegio di un account universitario) per accedere a quel meraviglioso ed inebriante mondo di comunicazione sincrona globale chiamato IRC.

Nel 1995, finiti studi per me fondamentali dal punto di vista umano e totalmente inutili in ambito lavorativo, mio padre Riccardo muore e io mi ritrovo la necessità e possibilità di convertire la sua piccola Società Agenzia Rivendita di Componenti elettronici (SARC), in un Internet Service Provider.
Tutto quello che ho fatto, conosco e sono, dal punto di vista lavorativo, parte da lì.
Non avrebbe potuto nascere in quel modo senza quell’ultimo, decisivo e non dimenticato supporto paterno.
Prima imprenditore sbarbato tuttofare, venditore, webmaster, gestore del singolo server Linux a cui sono collegati 8 Modem Us Robotics 28800, poi sfruttatore e mentore di giovani ancora più sbarbati, pagati un tozzo di pane con la scusa di insegnare quel poco che so di Linux, reti e Web Design.

Non più giovani compagni di ventura, che considero ancora amici e che, in molti casi, sono diventati grandi professionisti del settore: Diego, Fulvio, Tatiana, Cristiano, Massimo, Giorgio, Alessandro, Elena, Simone, Roberto, Marco, Enrico, Daniela, Fausto, Dario, Luca, Sandro, Lorenzo, Paolo, Antonella, Luca, Pier e ultimo, solo per anzianità, Aurelio.

In questo periodo lanciamo Rete 039, un portale per Monza e Brianza, con il suo muro, la lapide e le visioni. Forse prematuro, probabilmente incompiuto, dura la vita del provider e muore come progetto imprenditoriale.

Persone e personaggi del Provider si mischiano e integrano quando, successivamente, mi dedico a formazione e consulenza su argomenti legati alla gestione e amministrazione di server.

Fondo nel 1999 con Furio e Filippo una azienda di consulenza informatica: Coresis.

Abbiamo il solito Maurizio / tatlin a farci logo e grafica da remoto e sembriamo molto più fighi di quanto siamo.

O forse no, forse siamo veramente capaci. In particolare Furio e Filippo, veri Guru informatici.

Nel 2002 realizzo OpenSkills, un sito con informazioni per sistemisti per avere una piattaforma per i contenuti dei corsi Linux che facciamo.

Nei suoi tempi migliori raggiunge una media di 5000 visite al giorno, normalmente di tecnici del settore. Averlo abbandonato negli anni è stato probabilmente uno dei miei peggiori errori lavorativi.

Sono tempi in cui penso che siti seri si debbano fare solo direttamente, a mano, col sudore del proprio codice, mica con strumenti per principianti come WordPress.

Ho cambiato idea.

Dalle piccole aziende nella rete urbana di Vimercate, fino alla Big League, come dice Filippo, con lavori presso portali nazionali come Jumpy dove dietro le quinte assisto al tumuluoso streaming del primo Grande Fratello: il traffico è a tale da rallentare tutta la rete italiana e far infuriare Quake gamer per le latenze a picco.

Ci sono eventi nella vita che cambiano tutto, uno di questi, per me, è la morte di Linda, la mia compagna.

Arriva inaspettata e violenta e si porta via tutto, chiudendo un capitolo della mia vita.

In breve tempo, chiudo il Provider, svendo Coresis con i soci rimasti e apro una partita Iva.

Divento Alvagante di nome e di fatto quando mi metto a fare il pendolare settimanale Milano – Roma per lavorare come System Administrator in Banca d’Italia. Siamo nel 2007, grazie a Francesco conosco un software di nome Puppet, che serve per definire tramite codice le configurazione dei sistemi da gestire.

E’ per me una rivoluzione, l’automazione degli strumenti di automazione, sarà alla base dei miei lavori successivi.

Quelli di Roma sono anni importanti, con colleghi come Marco, Gennaro, Claudio & Claudio, Elia, Carla, Monica, Simone, Manuela, Walter, Michele, Mauro che rendono tutto più interessante e piacevole.

Sono importanti anche e soprattutto perchè conosco in un seminario di teatro Chiara, che diventerà mia moglie e madre dei nostri figli, unico tangibile e fondamentale lascito della mia esistenza su questo mondo.

Poi passo in Seat Pagine Gialle, a pontificare su Puppet e DevOps, quando in Italia non si sa ancora cosa sia, con l’arroganza di chi sa di essere dalla parte giusta della storia.

Qui la mia esistenza si incrocia con quella di altri colleghi che diventano amici o buoni ricordi come Matteo (x 3), Francesco (x 2), Davide, Domenico, Raoul, Alessandro, Andrea, Riccardo, Marco, Piergiuseppe, Giancarlo, Niccolò.

Nel 2012 sono fra gli organizzatori dei DevOps Days a Roma, ho promesso a Patrick Debois che l’avremmo fatto quando Berlusconi non sarebbe stato più al governo. E’ successo.

Gli anni che seguono sono un progressivo allargamento di lavori e orizzonti. Dopo l’Italia faccio qualche puntata all’estero, fino a mettermi a fare il pendolare con Berlino, grazie a Gianluca, che accoglie una mia richiesta di lavori in tempi di magra.

Berlino è la città più bella del mondo.

Anche questa è una di quelle sliding door di cui sono contento e riconoscente.

Gli anni passano, fra una famiglia che si forma e si allarga e io che vago per l’Europa come una trottola.

Svariate centinaia di voli, in particolare con Berlino, Londra, Ghent, Zurigo, Darmstadt, Copenhagen e poi pure Abu Dhabi, Kuwait City, Melboune, Singapore oltre alle quasi annuali visite negli Stati Uniti per la rituale Puppet Conf.

Spiego, sviluppo, disegno e implemento soluzioni di automazione di infrastrutture IT in aziende di ogni dimensioni e continente.

Il mio codice Puppet, sempre rigorosamente open source, viene usato in server di Amnesty International, Apple, del governo inglese, della Federal reserve e chissà quali altri posti.

Ma questa è storia di oggi o dell’altro ieri, e forse avrò altre occasioni per parlarne.

Per cui eccomi qui, nel giorno del mio 51° compleanno a finire queste righe.

Le ultime del primo post di questo sito.

Pur lavorando con Internet da più di 25 anni, non ho mai fatto un sito web personale, un posto dove condividere quello che penso e faccio.

Un posto virtuale, effimero e vanesio dove lasciare traccia del mio passaggio.

Buon compleanno Alvagante, meglio tardi che mai.

Sei arrivato fra i primi alla stazione, ma hai perso un sacco di treni verso la riconoscibilità sociale online della tua esistenza e adesso, quando i treni sono diversi, più rapidi ed efficaci, parti da zero con una locomotiva a vapore.

Un blog,
roba che era di moda vent’anni fa.
Da qui, ora, inizia la tua personale strada online.
25 anni dopo.

Mi vengono in mente le parole di Time, ma non mi sento triste, nel frattempo qualcosa ho fatto.

Nobody told you when to run, you missed the starting gun.